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Set

Licenziamento dipendente pubblico e rapporti con processo penale

Corte di Cassazione, sentenza 6.6.2021 n. 15465, Pres. Tria, rel. Spena; Romeo (Avv. Giordano) c. Agenzia del Demanio (Avv. Pallini, Terracciano).

Lavoro – Dipendente pubblico – Congedo per malattia per sindrome depressiva post infortunio inesistente – Licenziamento – Legittimità.
Lavoro – Dipendente pubblico – Malattia – Congedo per malattia accertata insistente – Processo penale per truffa – Assoluzione perché il fatto non sussiste – Effetti nel procedimento disciplinare – Irrilevanza – Limiti.

E’ legittimo il licenziamento disciplinare di un dipendente pubblico il quale, a seguito di infortunio, otteneva un periodo di congedo per malattia sulla base di certificazione medica attestante una inesistente sindrome ansiosa depressiva
La sentenza di assoluzione pronunciata in sede penale con la formula “perché il fatto non sussiste” non ha efficacia di giudicato nel giudizio sul licenziamento nel caso in cui la Pubblica Amministrazione non si sia costituita parte civile.
Nel caso in questione, è stato intimato un licenziamento disciplinare a un dipendente pubblico il quale, a seguito di infortunio, allegando attestazioni mediche relative a una presunta sindrome ansioso depressiva, otteneva un periodo di congedo per malattia durante il quale, tuttavia, veniva filmato da una agenzia investigativa mentre svolgeva attività lavorativa nell’esercizio commerciale della figlia, dimostrando con ciò di non essere affetto da alcun disturbo, né fisico né psichico.
Il Tribunale di primo grado e la Corte territoriale avevano così respinto il ricorso del dipendente avallando la tesi della legittimità del recesso datoriale. Il dipendente è dunque ricorso in Cassazione lamentando, anzitutto, che nel giudizio di merito non fosse emerso il carattere “non occasionale” dell’attività lavorativa contestatagli e che, in secondo luogo, fosse stata violata la previsione del Ccnl di categoria laddove prevedeva la sospensione dal servizio con privazione della retribuzione, fino a un massimo di 10 giorni, in caso di «svolgimento di altre attività durante lo stato di malattia o di infortunio, incompatibili e di pregiudizio per la guarigione».
Il dipendente, inoltre, avendo subito un processo penale per truffa nei confronti dell’agenzia del Demanio conclusosi, tuttavia, con una sentenza di assoluzione con la formula «perché il fatto non sussiste», lamentava l’efficacia di giudicato di tale decisione anche nel perimetro del giudizio civile.
La Suprema corte, esaminando il motivo di ricorso, lo ha ritenuto inammissibile poiché orientato a un diverso apprezzamento dei fatti e, dunque, a una valutazione di merito preclusa in sede di giudizio di legittimità. In particolare, la Cassazione ha ritenuto inammissibile la censura relativa alla violazione della previsione del Ccnl di categoria a fronte del fatto che la ratio decidendi sottesa alla sentenza impugnata non era fondata sullo svolgimento di altra attività lavorativa in costanza di malattia, bensì sull’inesistenza della denunciata inabilità; circostanza, quest’ultima, certamente non sanzionabile al pari della precedente – che, per l’appunto, presuppone la effettiva esistenza di uno stato di malattia o di infortunio – con la mera sospensione dal servizio.
Infine, non essendosi costituita parte civile l’agenzia del Demanio e, soprattutto, basandosi il contezioso civile su altra tipologia di prove, non avrebbe potuto acquisire efficacia di giudicato nel giudizio sul licenziamento la sentenza di assoluzione pronunciata in sede penale.
Alla luce di quanto sopra, la Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso confermando definitivamente la legittimità del licenziamento per giusta causa.

Cass. 15465.2021