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Art. 18 St. Lav., licenziamento per g.m.o. e “manifesta” insussistenza del fatto

Corte costituzionale 19.6.2022 n.125, Pres. Amato, Rel. Sciarra.

Lavoro – Licenziamento per giustificato motivo oggettivo – Tutela del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo per insussistenza del fatto posto a fondamento del licenziamento – Applicazione della tutela reintegratoria – Condizioni –  Accertamento manifesta infondatezza del fatto – Esclusione – Accertamento della manifesta insussistenza  del fatto posto a base del  licenziamento.

  E’ illegittimo l’art.18 dell’art.18, settimo comma, secondo periodo, della legge n.300/1970, come modificato dall’art.1, comma 42, lett. b), della l. 28.6.2012 n.92, limitatamente alla parola “manifesta”.

  Ai fini della tutela dell’art.18 della l.n.300/1970, nel testo modificato dalla riforma Fornero, il giudice non è tenuto ad accertare che l’insussistenza del fatto posto a base del licenziamento economico sia “manifesta”.

 

L’Ufficio comunicazione e stampa della Corte costituzionale, ha pubblicato il  seguente comunicato in data  19.5.2022.

Ai fini della tutela del’art.18, nel testo modificato dalla riforma Fornero, il giudice non è tenuto ad accertare che l’insussistenza del fatto posto a base del licenziamento economico sia “manifesta”.

  Lo ha affermato la Corte costituzionale con la sentenza n.125 depositata oggi (redattrice la Vice Presidente Silvana Sciarra), intervenendo su un altro tassello della legge Fornero (n.92 del 2012), in materia  di disciplina dei licenziamenti. L’incostituzionalità ha colpito la sola parola “manifesta”, che precede l’espressione  “insussistenza del fatto” posta a base del licenziamento per  economiche, produttive e organizzative. Al fatto – spiega la sentenza – si deve “ricondurre ciò che attiene all’effettività e alla genuinità della scelta imprenditoriale”. Su questi aspetti il giudice è chiamato a svolgere una valutazione di mera legittimità che non può “sconfinare in un sindacato di congruità e di opportunità” (sentenza n.59 del 2021).

   La Corte ha affermato che il requisito della manifesta insussistenza è, anzitutto, indeterminato e si presta, proprio per questo, a incertezze applicative, con conseguenti disparità di trattamento.

  Inoltre, l’insussistenza di un fatto è nozione difficile da graduare, perché evoca “un’alternativa netta, che l’accertamento del giudice è chiamato a sciogliere in termini positivi o negativi”.

  Il criterio della manifesta insussistenza – ha precisato inoltre la Corte – “risulta eccentrico nell’apparato dei rimedi, usualmente incentrato sulla diversa gravità dei vizi e non sul una contingenza accidentale, legata alla linearità e alla celerità dell’accertamento”.

  Nelle controversie in materia di licenziamento per giustificato motivo oggettivo si è in presenza di un quadro probatorio articolato: oltre ad accertare la sussistenza o insussistenza di un fatto – che è già di per sé un’operazione complessa – le parti, e con esse il giudice, si devono impegnare “nell’ulteriore verifica della più o meno marcata graduazione dell’eventuale insussistenza”. Vi è dunque un “aggravio irragionevole e sproporzionato” sull’andamento del processo: all’indeterminatezza del requisito si affianca una irragionevole complicazione sul fronte processuale.

La Corte ha quindi individuato uno squilibrio tra i fini che il legislatore si era prefisso – consistente n una più equa distribuzione delle tutele, attraverso decisioni più rapide e più facilmente prevedibili – e i mezzi adottai per raggiungerli”.

Corte cost. 19.5.2022 n.25